"Hola.
Scrivo una lettera dopo una marea di tempo.
Non mi capitava di farlo credo da un paio d’anni ormai ed è una cosa che con Facebook e simili avevo smesso di fare.
La scrivo con in sottofondo “Postcards from Italy” di Beirut ed immancabilmente, quando l’ascolto, per quanto non sappia minimamente di cosa parli il testo, mi ricorda voi.
Sto scrivendo esattamente 7 giorni prima di partire. Il countdown è partito ormai e io dentro mi porto un’angoscia orrenda che mi fa diventare gli occhi lucidi.
Credo sia la primissima volta, da che io mi ricordi, che ho l’angoscia pensando di lasciare Modica.
Forse perché per la primissima volta credo di lasciarci qualcosa: tanti ricordi.
E’ stata un’ estate lunga ed incerta per me.
Sto qui da metà maggio ormai e il continuo pensiero dell’ università e della nuova facoltà mi hanno accompagnato giorno per giorno.
Anche se, e questo devo ammetterlo, la maggior parte delle volte che stavo insieme a voi riuscivo a non pensarci affatto. Sebbene vi abbia stressati con altri tipi di confidenze (rido).
Per la prima volta nella mia vita sono riuscito a non curarmi affatto di ciò che la gente avrebbe potuto pensare di me, di cosa avrebbe potuto dire e di come avrebbe potuto guardarmi.
Ho scoperto in questi pochissimi mesi cosa significa voler bene a tante persone, conosciute da poco, contemporaneamente e cosa significhi voler bene in maniera particolare ad alcuni in particolare, in mezzo al gruppo.
Ma questo non penso sia una cosa da imputarmi. Tutti fanno differenze a questo mondo e ci si affeziona in modi diversi alle persone.
Ho sentito in mezzo a tutti voi una specie di aura particolare.
Avete presente quell’ aria da pranzo della domenica, quello che solitamente si fa dalle nonne, in quelle lunghe tavolate piene di parenti che parlano fra di loro, litigano, ridono?
Ecco.
Una specie di enorme famigliola, con i pro e i contro, con le risate e con i litigi, con i momenti di totale coesione e i tanti di rottura.
Sono capitato in mezzo a voi per caso, per purissimo caso.
E’ stata una specie di catena di conoscenze nuove, una dopo l’altra: un po’ come succede su Facebook, insomma.
Prima Fabrizia, di cui non posso dimenticare i primissimi tempi in cui mi trattava come se fossi un pulcino (rido) al suo seguito, a cui non voleva far avere traumi (io perlomeno l’ho interpretata così)
“Davide, io un attimo vado verso la creperia. Ti posso lasciare qui?”.
E da lì uno dopo l’altro: Massi, Enza (che giuro, all’inizio mi metteva una soggezione incredibile), Rachele, Raffaele, Chiara, Salvo, Saro e … beh, non ricordo l’ordine preciso e giuro, non faccio certo differenze citando questi al posto di altri.
Vado a ricordi.
A poco a poco ho cominciato a conoscere tutti, più o meno.
C’è chi me lo ha permesso quasi da subito e chi ha mi ha guardato un po’ con diffidenza. Era una cosa normale e non m’importava perché pur non conoscendo ancora nessuno a fondo cominciavo a sentire che mi sarei trovato bene un giorno, se avessi avuto la possibilità di conoscere tutti davvero.
Non immaginavo di certo fino a questo punto!
I più razionali fra voi penseranno che tutto sommato siamo vicini fra noi, sparsi nelle varie città d’ Italia e possiamo raggiungerci l’un l’altro in poco tempo, se lo vogliamo.
Ma non è questo il punto.
E’ come quando ci si trasferisce in una casa nuova, o come quando si parte per l’ università e devi lasciare il focolare domestico.
Nel mio caso il focolare era ilpalco in piazza o i due muretti di Sampieri, quelli uno di fronte all’altro.
Mi dilungo sempre troppo quando parlo e darmi del logorroico sarebbe un eufemismo certe volte.
Il punto di tutte queste parole è…
Il volervi dire di cuore e in maniera davvero sentita da parte mia: GRAZIE.
Grazie perché per la prima volta nella mia vita mi sono veramente sentito accettato per quello che sono e non per quello che sembro o per quello che dovrei essere.
Grazie per non avermi mai giudicato.
Grazie per l’appoggio morale che ho avuto nei momenti ‘no’ che ho avuto alcune volte e per i consigli ricevuti, che tante volte mi sono tornati utili; anche se alcuni mi sono stati dati in stati mentali un po’ annebbiati dall’ alcool. Forse quello è stato il miglior consiglio ricevuto.
Grazie per avermi fatto sentire Modica come una casa, finalmente. Era una cosa che non succedeva ormai da anni.
Grazie a chi mi ha fatto provare emozioni ormai dimenticate che pensavo fossero rimaste nella fase adolescenziale.
Grazie per avermi fatto scoprire qui vicino posti meravigliosi che mi fanno sospirare anche solo guardandoli in foto o ricordandoli.
Grazie per avermi fatto scoprire posti dentro me che pensavo davvero di non avere.
Grazie di tutte le risate che mi avete fatto fare.
Grazie delle sigarette offerte.
Grazie dei passaggi quando non avevo la mia macchina.
Grazie dei rituali che eravamo soliti svolgere ogni santa sera, che per quanto ad un certo punto sembravano noiosi, vi assicuro che già mi mancano.
Grazie a chi ha fatto la fila per il cornetto al posto mio.
Grazie a chi mi ha dato qualche dritta sullo stile e sul vestiario (mi sono messo a ridere mentre scrivevo questa cosa) e che mi considera ‘la propria creatura’ (anche se, mi dispiace, non metterò mai né correttore né matita!).
Grazie della pazienza con cui mi avete sopportato mentre facevo foto a raffica, prendendovi anche in pose a voi non gradite o in angolazioni che non esaltavano la vostra immagine.
Grazie di ogni singolo abbraccio e di ogni bacio ricevuto, qualunque fosse la sua natura.
Grazie di ogni momento in cui mi avete fatto sentire parte di un gruppo, di una comitiva.
Grazie di avermi fatto stare bene.
Era una cosa che mi mancava.
Vi voglio bene."
Ecco, certe volte non riesco proprio a trattenermi.
L' estate più corta della mia vita. Neanche un mese fa uscivo, senza aver realizzato completamente, dall' ufficio della prof di fisica con il libretto firmato in mano - finalmente. Estate atipica. Perchè non sono riuscito mai a stare nello stesso posto, sono riuscito a non cristallizzarmi sempre con le stesse persone, ho rinunciato al mare al mattino per la chimica (dai, c'ho provato in fondo!) o per il cazzeggio casalingo, ho rinunciato a uscire a volte per rimanere a casa. Anche di sabato sera. Come ieri sera. Ieri sera sarebbe stata l'ultima serata di lungomare, l'ultima serata di sabato. L' ultima serata. E basta. E sono rimasto a casa con mio fratello a parlare. Si noti che mio fratello ha due anni. Non c'è nè la compagnia di dove sto abitualmente nè la compagnia del paesino accanto. In compenso ho passato un sabato alternativo in terrazza con mio fratello. Noto che i bambini non sono più ingenui come una volta. Non si può fare più una capanna con un tavolo che fa casa e una sedia a mò di porta. Una scopa non fa più cavallo, una tovaglia non fa più tetto. Non esiste più il lupo che ti mangia se fai arrabbiare la mamma, non ci si rassegna a cercare "il topolino che ha preso il ciuccio (succhiotto, chiamatelo come vi pare) che non c'è più" perchè gli si devono dare le botte con la scopa perchè è stato "moLello". L' infanzia di una volta è andata a puttane. Chi non ha mai preso rifugio sotto un tavolo con ogni lato sbarrato da sedie? Chi non aveva paura nella più tenera e mielosa età del lupo cattivo che se non mangiavi tutta la pasta si arrabbiava? Insomma perchè i bambini di due anni hanno l' acume di quelli di 6? Sarà tipo come i vestitini dei bimbi? Cioè il pupo ha 5 anni ma gli si compra la setteanni (tutto attaccato). Mio fratello rientra in questa generazione di piccoli rompicoglioni sottuttoio. Mio fratello è forse troppo avanti con l'intelligenza. O sono io che ho avuto un'infanzia disturbata?